Alphakappa

A fine giugno Alcatel-Lucent ha annunciato che comincerà a fornire al carrier tedesco E-Plus dei cellulari a un prezzo inferiore, purché l’acquirente sottoscriva un contratto per ricevere messaggi di pubblicità fortemente targetizzata. Ora anche Orange UK decide di andare in questa direzione, ma in maniera diversa: offrirà £15 di credito ai ragazzi della fascia di età 15-24 anni che sottoscriveranno un contratto per la ricezione della pubblicità sul cellulare.

Scrive una commentatrice su Gigaom

I have little doubt that people in the desired age range would give up a bit of their privacy in exchange for cheaper phone service, and Orange could possibly see profits from advertising.

Ma forse dimostra di conoscere poco gli adolescenti e i giovani universitari, che venderebbero la madre pur di avere credito gratuito!

Fa comunque riflettere in primo luogo quanto i provider di telefonia mobile siano affamati di dati, abitudini e consumi dei propri utenti; in secondo luogo che si cerchi di recapitare pubblicità a una fascia di ragazzi che, non disponendo di grandi finannze, tende a spendere poco (ok pagano la mamma e papà).

Le vendite dei cellulari caleranno nei prossimi 5 anni

Posted by: AlphaKappa on: Luglio 3, 2009

Molte persone usano i cellulari low-cost esclusivamente per chiamare e mandare sms, sebbene in genere questi abbiano qualche altra (inutile o inutilizzata) feature, che è lì solo per giustificare il fatto che costano più di 30€. Ebbene pare che nei prossimi 5 anni le vendite di questo genere di telefoni mobili sono destinate a calare del 14%. Per questo motivo i produttori stanno spostando il loro interesse sugli smartphone e altri dispositivi mobili che, nonostante totalizzino volumi di vendita inferiori, garantiscono margini superiori rispetto ai vecchi cellulari.

Tutto questo ci suggerisce che uno smartphone da 500-600€, infarcito di quelle che all’utente sembrano super-feature, al produttore deve costare solo poco più di un cellulare.

(Via)

La ridicolaggine del ROI dei Social Media

Posted by: AlphaKappa on: Giugno 15, 2009

E’ sempre divertente leggere di questi simpatici fanfaroni del web 2.0 che tentano di strappar contratti per rifilare social-cosi in azienda. Ora hanno anche imparato che per imbonire manager e imprenditori è meglio parlare di ROI, di risparmio sui costi e altre cose economiche, ma la strada è ancora lunga ed impervia. Voglio dire: parlate di ROI e in una presentazione di 34 slide (e più di un’ora di tempo) non siete in grado di mettere un riferimento uno che parli di soldi? Un imprenditore è particolarmente sensibile a questi simboli: $, €, £, … Volete convincere un manager parlandogli di “loyalty, trust, passion, interaction, brad awareness” e spiegandogli che questi sono i benefici qualitativi di un investimento nei social media? Secondo me, non sembrate più convincenti se affermate che l’aria fritta si può misurare e vi inventate dei metodi fantasiosi per farlo.

Leggete questo post che comincia così

“… Bene, tutto molto bello Mr. PiccoloImprenditore. Ora mi sono più chiare queste dinamiche, i social, la rete. Avrebbe anche dei casi di successo da illustrarci? A parte i soliti tre o quattro, intendo.”

E poi anche questo di [mini]marketing che ne è la continuazione ideale. Per quanto possiate odiare il manager che vi deride e le aziende che considerate ottuse, poco innovative, etc.; non vi sforzate di capire che è ridicolo parlare di ROI senza tirare in ballo i soldi? Io ho l’impressione che fra i due qualcuno stia tentando di rifilare la sola.

Twitter è un pallone un po’ gonfiato

Posted by: AlphaKappa on: Giugno 11, 2009

E’ di qualche giorno fa la notizia secondo cui il 10% degli utenti di Twitter genera il 90% dei contenuti – poco sorprendente, dato che nel web e nei social network, diversi fenomeni seguono la legge 80/20 – ma ora le ricerche sulla big thing del momento cominciano ad arricchirsi. E si scopre che fra gli utenti Twitter:

  • il 55.5% (circa 1 ogni 2!) non segue nessuno;
  • il 52.7% non ha followers;
  • il 54.9% non ha mai tweettato;
  • il 45.12% ha tweettato almeno una volta;
  • più del 9% è inattivo.

E’ probabile che questo utente ogni due abbia sentito parlare o letto di Twitter, a causa del grande hype di cui sta godendo questo social network, e si sia iscritto. Poi però o non gli è piaciuto o non l’ha capito o ha pensato che non sa che farsene (e non lo biasimo!).

Inoltre, a differenza di Facebook, su Twitter si condividono poche informazioni personali come biografia, residenza o sito personale. Per contro gli utenti a cui Twitter piace tweettano almeno una volta al giorno.

Cosa si può concludere? Non fatevi prendere in giro dai dati che vi spacciano alcuni sedicenti esperti di social network e social media. A volte è possibile che molti utenti facciano dei social cosi lo stesso uso che il pensionato fa della Panda: la tiene parcheggiata in garage 27 giorni al mese, senza aver ancora tolto il cellofan dai sedili.

(Fonte)

L’era degli “smartbooks” è alle porte?

Posted by: AlphaKappa on: Giugno 6, 2009

Se il PC desktop, fermo lì sul nostro tavolo, ha caratterizzato gli anni ‘90, i primi  5-6 anni del nuovo millennio sono stati dominati dal bisogno di mobilità e dal notebook. Negli ultimi tempi invece si sono fatti strada due altri dispositivi che vengono incontro a un desiderio di mobilità ancora più spinto (per certi versi possiamo definirla “ubiquità”): il netbook e lo smartphone. Nonostante entrambi  debbano ancora guadagnare posizioni di rilievo negli scaffali dei negozi di elettronica e riempire il mercato consumer, i produttori cominciano già a guardare al futuro. Alla luce di quanto è stato mostrato al Computex 2009 di Taiwan, sembra delinearsi l’anello di congiunzione fra netbook e smartphone, che – con uno sforzo di fantasia – è stato chiamato smartbook, dalla fusione dei due termini.

Uno smartbook non è altro che un netbook con a bordo il processore di uno smartphone, come ad esempio la piattaforma Snapdragon di Qualcomm. Il sistema operativo tipico di questi dispositivi è molto probabile che sarà Google Android, che si è fatto già apprezzare su alcuni modelli di smartphone. Tuttavia non è detta l’ultima parola. Sul mio tumblr ho già postato il video di un prototipo di un Asus EeePc equipaggiato con una CPU Qualcomm da 1GHz, piuttosto che con il classico Intel Atom. Il sistema operativo in azione è Android. Per via dei consumi estremamente ridotti del processore, lo smartbook presentato può permettersi di non avere sistemi di raffreddamento e di essere quindi molto sottile.

Due note personali. Aldilà del sistema operativo che verrà installato su questi dispositvi, quello che risulta chiaro è che il netbook così come lo conosciamo oggi si sta evolvendo. E’ anche possibile che Intel, forzata dalla concorrenza di Qualcomm e Freescale – chi l’avrebbe mai detto che dei produttori di CPU con architettura ARM per sistemi come cellulari, PDA e smartphone sarebbero diventati concorrenti di Intel? – abbandoni lo sviluppo dei processori Atom, per dedicarsi ad altre architetture. Poter disporre di un’unica piattaforma da utilizzare sia sugli smartphone che sui netbook o sugli smartbook è molto importante sia per i produttori di chip che per quelli di sistemi, poiché permette loro di trarre vantaggio dalle economie di scala e di ridurre quindi i costi di produzione.

(Via)

Yoo-hoo! Questo sarà l’anno dell’e-book e dell’e-reader!

Posted by: AlphaKappa on: Giugno 3, 2009

…Come ogni anno del resto. Da circa 5-6 anni a questa parte c’è sempre qualcuno che entusiasticamente, nella sua ristrettezza mentale, azzarda a fare questa previsione, citando  dati che nemmeno sanno interpretare (non sono mica fatti per tutti i numeri). Ne è pieno il settore IT e ne è piena la blogosfera, anche quella italiana, di psuedo-consultant / pseudo-specialist / pseudo-evangelist che si fanno pagare per raccontare, tanto ai clienti quanto nelle conferenze, frottole piene di parole inglesi di cui nemmeno loro hanno capito il significato.

Succede che la PVI, un’azienda di Taiwan che produce il display degli e-reader di Sony e di Amazon (il ben noto Kindle),  ha acquistato in questi giorni l’azienda americana E-Ink, detentrice dei brevetti di una tecnologia per l’inchiostro digitale, concessi in licenza proprio alla PVI. Quanto ha sborsato PVI per l’acquisizione? 215 milioni di dollari. E 12 anni fa quanto era costato agli investitori (fra cui Intel e Motorola) avviare E-Ink (uno spinout del MIT)? 100 milioni di dollari.

Breve inciso. Tutti dicono che il mercato di e-book e e-reader è in crescita e in tanti sostengono che sia molto profittevole. Si prevede che, da circa 1 milione di vendite di e-reader nel 2008, il mercato mondiale passerà a 30 milioni nel 2013. Altri affermano che fra 5 anni il mercato dell’e-paper sarà in totale di 3 miliardi di dollari.

Eppure E-Ink nei primi 4 mesi del 2009 ha fatturato solo 18 milioni di dollari (forse in triplo a fine anno) e, in fin dei conti, pur sotto le rosee aspettative descritte, i vari investitori non ci hanno fatto proprio dei bei soldi nella vendita di E-Ink: sono 115 milioni, che andranno poi ripartiti in base al capitale investito da ciascuno.

Mi vengono alcuni dubbi. Forse che qualcuno ci vuole prendere in giro? Forse che il mercato di questi benedetti aggeggi non è poi così sexy? Forse che l’e-reader non è poi un futuro così prossimo? Riprendo un commento che ho lasciato qualche tempo fa su Friendfeed (nel mio solito linguaggio spudoratamente aggressivo):

Ma davvero vi eccitate così tanto col ebook reader? davvero credete che la gente spenda 400-500 $ per comprare un aggeggio che fa solo una cosa? provate a pensare a quante funzionalità abbiano un netbook o uno smartphone. questi sono gli anni in cui persino la play station si collega a internet e fa il caffè e c’è gente che ancora crede di vendere a un botto di soldi un oggetto che serve solo a leggere dei libri. sia chiaro, se costasse 100 $, sarebbe molto diverso; se ci mettessero tutti i libri del liceo insieme ai 500$, sarebbe un costo sostenibile. ma così com’è, secondo me, è destinato ad abbellire i magazzini.

Lo fanno notare anche a Gigaom che

the e-reader market is getting crowded as technology firms such as Apple, whose iPhone runs several popular e-reader programs, and Google, which today announced a program allowing publishers to sell digital copies of their books through the Google site, also build products that could siphon off buyers of e-readers.

(Via)

I nano-transistor sono “rumorosi” oppure no?

Posted by: AlphaKappa on: Maggio 29, 2009

Nano-transistor rumorosi? Mi prendi in giro? No, in elettronica per “rumore” spesso si intende l’agitazione che hanno gli atomi e gli elettroni a causa della temperatura, un po’ come a livello macroscopico osserviamo le bolle generate in una pentola d’acqua sul fornello. Ci sono vari tipi di rumore, ma non si intende mai quello che percepiamo tutti i giorni con le orecchie. Ora, questo rumore nei dispositivi elettronici crea problemi e, per quanto possibile, si tenta di minimizzarlo, sebbene non lo si possa eliminare del tutto.

Secondo il modello finora utilizzato per il rumore generato dai transistor, più le dimensioni di un dispositivo diventano piccole, ossia più ci spingiamo verso il nanometro (10 volte le dimensioni dell’atomo), più il rumore deve aumentare. Però scienziati del NIST hanno verificato sperimentalmente su strutture nanometriche che il rumore non aumenta affatto, se si scalano le dimensioni dei transistor. [Nota a margine: attualmente i dispositivi sul mercato di massa adottano tecnologie da 45 nanometri e si attende per quest'anno la commercializzazione di processori con dispositivi da 32 nanometri].

Tutto ciò significa che la teoria utilizzata finora è sbagliata, o meglio funziona bene, ma per transistor “grandi” (grandi fino a qualche decina di nanometri) come quelli utilizzati fino ad oggi, mentre è fallace per  i futuri transistor più “piccoli”.

Tanto meglio – si potrebbe pensare – visto che il rumore non è desiderato. No, non va così e per almeno due motivi. Primo, si deve trovare un nuovo modello per scoprire come funziona il rumore in transistor nanometrici. Secondo, il team di scienziati ha anche scoperto che i nano-transistor che dissipano poca energia hanno anche livelli di rumore più elevati. Doh! Ma noi vogliamo transistor che consumino poco, perché altrimenti come facciamo a mettere processori e memorie che succhino poca batteria al nostro iPhone o al nostro netbook?

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L’inno ufficiale di The Pirate Bay

Posted by: AlphaKappa on: Maggio 18, 2009

L’artista svedese Montt Mardié ha creato un canzone, dal titolo “We’re all  the Pirate Bay”, un inno che celebra appunto The Pirate Bay. Lo staff del famoso motore di ricerca per file torrent, per ricambiare, gli ha dedicato una pagina di annuncio, nella quale si incoraggiano gli utenti a scaricare il video e il file audio in modo da farne dei remix. Spiega Monty

An artist has got to make a living just like everybody else, there’s no doubt about it. And these are tough times, believe me I know. The thing is though, if I were to go back in time, 10 years or so, and tell the 15-year-old version of myself that over a night, 60 000 people had heard one of my songs, the first question I’d throw back at myself wouldn’t be “how much money did I make?”.

Don’t get me wrong, I love money and I want to make a lot of it. Bathe in it just like Uncle Scrooge. But money isn’t the main reason why I write songs. First and foremost I want people to hear them.

Times are so strange at the moment and a lot of people are angry and upset. Still, for each day that goes by I get more and more convinced that we shouldn’t try to fight the future, we should embrace it. Try to see opportunities instead of catastrophys.

I’ve written a song. I call it “We’re All The Pirate Bay”. It’s free and nobody will ever have to pay for it, though if you incist you are welcome to make a donation!

Take care, Monty

E del resto, come dice la sua canzone (dal classico sound indie svedese) “I don’t write songs to make money, I write them for people to sing along”. Ecco il video:

Facebook, un’anomalia italiana

Posted by: AlphaKappa on: Maggio 11, 2009

facebook_stats

Secondo CheckFacebook.com, a differenza della quasi totalità dei paesi europei, nei quali Facebook è popolato per lo più da donne, in Italia ci sono più utenti maschi (53.3%) che femmine. Abbiamo la stessa tendenza – comunque meno marcata – della Turchia, degli stati nordafricani e centrafricani censiti, degli stati mediorientali, del Pakistan, dell’India e dell’Indonesia. Curioso. Come si può interpretare questo dato?

Lexicon, occorrenze delle parole sulla bacheca di Facebook

Posted by: AlphaKappa on: Aprile 29, 2009

Per chi come me ancora non lo sapesse, esiste questo tool, chiamato Lexicon, che analizza le occorrenze delle parole e delle frasi utilizzate dagli utenti di Facebook sulle loro bacheche. Si può inserire una parola da cercare, ad esempio “influenza”, e Lexicon traccia un grafico qualitativo delle occorrenze della parola nel tempo. La barra bianca sotto il grafico consente di selezionare la data di inizio e la data di fine della finestra temporale da mostrare. Sempre facendo riferimento alla parola “influenza”, si nota che essa è stata scritta maggiormente a Gennaio. Successivamente le occorrenze sono andate scemando, salvo crescere esponenzialmente negli ultimi giorni, per via della nota influenza suina.

La nuova versione di Lexicon ha più funzioni, ma per il momento consente la ricerca solo di alcune parole preimpostate.

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Alessandro

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